“Respira, respira pure in gravidanza: vedrai alla prima doglia a cosa ti servirà quel respiro, a niente!
Quando ti togli un dente ti è sufficiente respirare per non provare dolore?
Altro che respirare, io in travaglio ho urlato come una pazza, pensavo di morire…“
Quante frasi di questo tipo le donne in gravidanza (e non solo) si sono sentite ripetere?
Sicuramente troppe.
C’è una buona notizia: respirare durante il travaglio serve, eccome se serve; è l’ossatura del
travaglio!
Allora come mai le donne e le ostetriche non lo ripetono all’unisono?
Perchè il respiro del travaglio è l’elemento meno conosciuto dell’evento nascita!
Non è infatti simile al respiro consueto; il travaglio non richiede semplicemente dei respiri profondi,
o dei respiri calmi come quelli della meditazione.
Il travaglio ha il suo proprio respiro.
Unico, inconfondibile e soprattutto utile: alla mamma, all’utero, al bambino o alla bambina.
Il respiro della nascita non lo si deve imparare, ma liberare. Questo è il vero ostacolo.
Uscirebbe spontaneamente dalle viscere, con il diaframma che si muove in modo assolutamente
peculiare per aiutare il lavoro dell’utero, come un secondo motore del travaglio.
Eppure è questo lasciar respirare il corpo che partorisce lo scoglio per noi donne moderne, con
molti filtri sociali e razionali.
Il respiro del parto infatti è un respiro basso, caldo, via via più colorato di suono, fino a diventare
voce, potente e inarrestabile pur senza essere mai grido, ma sempre voce.
Perché no, non si può nascere in silenzio.
Si nasce nella voce.
E si partorisce nel respiro che si fa suono.
Questo suono per chi ha avuto la possibilità di sperimentarlo è inconfondibile, inarrestabile,
sublime, inteso nella sua duplice natura di meraviglia e paura.
È un suono che mostra l’infinito che sta accadendo: un corpo vivente ha generato un altro corpo
vivente, una persona ha in sé un’altra persona e la dona al mondo. La vita si compie.
Un mistero, vertiginoso.
Il respiro della nascita è connotato sessualmente, perché il parto fa parte della vita sessuale della
donna. Le sonorità di un parto non disturbato (seppur assistito da ostetriche), che
viene lasciato fluire, ricordano quelle dell’intimità, ma riempite di una forza e di una potenza che
non può non turbare chi vi assiste senza preparazione e per questo è stato spesso represso e
ingabbiato.
La voce della madre diventa protagonista unica dell’evento e la donna ne è la conduttrice
plenipotenziaria, insieme alla sua creatura, a cui assicura benessere proprio grazie all’ossigenazione
di quel respiro.
Dunque serve, serve eccome liberare il respiro della nascita, re-imparando come si respira in
travaglio, lasciando da parte qualsiasi norma sociale non utile in quel momento.
Per approfondimenti: Elisa Benassi – “Partorire Cantando” (Bonomi Editore)
Valeria Stellin

